Viaggio ai confini del mondo: “Kora”

Du Jiayi 杜家毅 firma nel 2011 Zhuan Shan 转山, titolo inglese “One Mile Above” (presente su Youtube sottotitolato in inglese), presentato per la prima volta in Italia durante il Far East Film Festival di Udine di quest’anno, dove ha ottenuto il secondo posto nella classifica dell’audience, come ci si poteva aspettare da un film che prometteva avventure ad alta quota e panorami mozzafiato. Il secondo titolo, “Kora” (termine tibetano che indica la pratica di girare intorno a un luogo, fisico o mentale, come forma di meditazione o di pellegrinaggio) rende meglio il tema del film: un ragazzo taiwanese decide di portare a termine il sogno del fratello defunto, ossia percorrere in bicicletta i quasi 2000 km che separano lo Yunnan settentrionale da Lhasa. La regia ha saputo non solo rendere con fotografica maestria l’incommensurabile bellezza del paesaggio, ma l’ ha resa  cornice di un film dalle tematiche più introspettive ed intimiste. Il film è tratto da una novella del 2008 di Xie Wanglin, dal titolo Zhuan Shan – bianjing liulangzhe 转山-边境流浪者 (letteralmente: “girare la montagna, il vagabondo delle terre di confine”).

Zhang Shuhao parte da Taiwan per raggiungere Zhongdian, prima tappa della sua impresa, a 3400m di altitudine, ed è qui che incontra il compagno e maestro di viaggio Li Xiaochuan, anch’egli diretto a Lhasa. I due penetrano nel territorio tibetano, incontrano gente del luogo e ne condividono una vita semplice e frugale. In seguito ad un incidente Xiaochuan è costretto a interrompere il suo viaggio, lasciando il ragazzo da solo nella natura incontaminata. Ma Shuhao, con la tenacia e la rabbia scaturite dalla perdita, sente l’esigenza di portare avanti il viaggio e decide di affrontare da solo i pericoli dell’ostile inverno tibetano. Con l’aumentare dell’altitudine e della solitudine, la coscienza di sé e del mondo si apre in buchi nei quali il ragazzo sprofonda, ritrovandosi in una realtà onirica, popolata di creature fantastiche e dell’anima di suo fratello, che lo accompagna, fino quasi alla morte. Fino a Lhasa.

Come ci si poteva aspettare da un film del genere, le ambientazioni esterne sono il protagonista indiscusso del film: paesaggi mozzafiato di una natura maestosa e bellissima fanno da sfondo agli spostamenti di Shuhao.  Le strade sono il luogo su cui viene girato la maggior parte del film: a volte agevoli, a volte sterrate, alcune serpeggiano dolcemente, altre si inerpicano per i versanti dei monti, fino a perdersi del tutto sotto la neve. Illuminate da una luce costante e abbagliante, comune a quelle altezze, ma che sembra incarnare lo stesso protagonista, che talvolta percorre in modo cosciente e vigile le strade lisce e ben illuminate della sua mente, talvolta si perde per i sentieri bui e accidentati della sua coscienza.

Un racconto di formazione, nel quale la maturazione individuale è l’elaborazione di un trauma attraverso un processo di annullamento di sé: il protagonista sente l’esigenza di allontanarsi dalla propria realtà, mettendosi consapevolmente alla prova, sfidando i propri limiti fisici, cercando volontariamente un pericolo che non è sicuro di riuscire ad affrontare. Ma quanto più si spoglia di sé tanto più riesce a sanare la sua ferita emotiva aprendosi all’esperienza.

Tuttavia questo film non è solo un road movie, esso ripropone  infatti il Tibet in quanto uno dei principali miti occidentali sull’Oriente: è il mito di Shangri-la, un luogo utopistico, un paradiso, perduto chissà dove nel mondo, dove si vive in pace, lontani dalle difficoltà materiali della quotidianità, dove una spiritualità superiore permette all’uomo di ritrovare se stesso, superando i limiti del tempo e dello spazio. È questo il mito narrato negli anni ’30 in Lost Horizon, nel quale James Hilton proponeva un’alternativa terrestre all’Eden celeste, collocandola da qualche parte nell’altopiano himalayano. Non sarà un caso infatti la scelta di Zhongdian come punto di partenza del viaggio del ragazzo: seguendo logiche di marketing e turismo i cinesi l’hanno infatti soprannominata è Xianggelila 香格里拉, calco di Shangri-la, a dimostrazione della loro consapevolezza della forte attrazione che questo nome suscita su di noi.

È interessante notare che da qualche tempo anche gli asiatici abbiano cominciato a percepire il Tibet come panacea dei loro mali. Sempre più numerose le produzioni artistiche (dal cinema alla narrativa alla musica) che propongo un’altra faccia del Tibet: esso non è solo la regione ancora sottosviluppata e ribelle al governo cinese, ma è anche terra mistica e spirituale. E così la ricerca di questa valle di pace da esigenza individuale si allarga alla società tutta.

Be the first to comment on "Viaggio ai confini del mondo: “Kora”"

Leave a comment

Your email address will not be published.


*