Far East Film Festival: non più solo un festival

Si è conclusa sabato notte la diciottesima edizione del Far East Film Festival, dopo nove giorni carichi di appuntamenti per gli appassionati di cinema popolare proveniente dall’estremo oriente. Ad aggiudicarsi l’Audience Award quest’anno è stato “A Melody To Remember” del coreano Lee Han, seguito da “Sori: Voice From the Heart” di Lee Ho-jae e da “Mohican Comes Home” di Hokita Shuichi, che ha ottenuto anche il Black Dragon Award.

Per festeggiare un compleanno così importante il FEFF ha superato se stesso: più di cinquanta pellicole in gara, una monografia di classici restaurati, una dedicata alla fantascienza nel cinema giapponese, il progetto China Now per il cinema indipendente cinese, la sezione documentari e quella cortometraggi, per un totale di 77 proiezioni, tra cui moltissime premiere europee e mondiali. Anche quest’anno viene confermata la presenza di “nuovi paesi” come Filippine, Malesia, Vietnam, trasformando l’evento in una vetrina completa su tutto il cinema proveniente dall’estremo oriente.

La Cina presenta 12 film in gara, ben 11 sono le pellicole provenienti da Hong Kong e 2 per Taiwan. Ad accompagnare la proiezione gli appuntamenti mattutini di interviste ai protagonisti: attori, registi, produttori si confrontano con il pubblico. Come se tutto questo non bastasse la città di Udine mette a disposizione una varietà di spazi per accogliere eventi di ogni genere, dal taiqi alle degustazioni di cibo orientale, dai massaggi ai videogames, fino al cosplay contest. Non c’è che dire: il Far East Film Festival si conferma un evento che è ormai uscito dai classici spazi cari ai cinefili, per abbracciare tutta la realtà locale.

Interessata soprattutto al cinema del mainland China, non ho potuto fare a meno di notare che il drama in costume e i wuxia movies hanno lasciato spazio ad una maggiore varietà di generi: dal noir “The Dead End”(di Cao Baoping) al “tearjacker melodrama” Mountain Cry (Larry Yang), dalla commedia on the road “Lost In Hong Kong” (Xu Zheng) all’action-fantasy “Mojin: The Lost Legend” (Wuershan), senza dimenticare il film d’azione “Chongqing Hot Pot” (Yang Qing), il drama giovanile “Young Love Lost” (Xiang Guoqiang), il Kungfu movie “The Final Master” (Xu haofeng), l’action-thriller “Saving Mr Wu” (Ding Sheng) e il dramma umano “Destiny” (Zhang Wei).

Questa varietà riflette probabilmente il panorama cinematografico nel mainland china: il 2015 è stato un anno di primati sotto tutti i punti di vista per il cinema cinese, soprattutto in termini di aumento di spettatori e di incassi ai botteghini. L’aumento degli incassi e dei finanziamenti nel settore, anche grazie alle politiche di sostegno e sviluppo della cultura volute dal partito, permettono nuove sperimentazioni e in generale una qualità più alta.

La varietà dei generi è inoltre indice di un cambiamento di gusti nel pubblico: oltre alle super-produzioni come “Mojin: the lost legend”, un colossal di avventura e fantasia definito un misto cinese tra ”Indiana Jones” e “Tomb raider”, molte sono le commedie, i drama, i noir che hanno registrato ottimi incassi in patria e che sono arrivati fino al festival. Durante un Free Talk Johnnie To, regista e produttore leggendario di Hong Kong, ha parlato della necessità di usare i capitali per creare film che “educhino il pubblico” cinese, soprattutto quello mainland e sembra che si stia andando proprio verso questa direzione.

https://www.youtube.com/watch?v=DBXfYbbUVoc

Un’altra interessantissima chiacchierata ha visto protagonista Cao Baoping, alla sua terza volta al FEFF con il noir The Dead End. Il regista ha spiegato la sua personale scelta di usare dei generi che adottino un linguaggio comprensibile all’audience per trattare problemi legati alla società cinese contemporanea, in modo da coniugare il fine “didattico” auspicato anche da Johnnie To con i gusti popolari. In conclusione le Free Talk si confermano momenti preziosi di condivisione di contenuti e di nuovi spunti di riflessione sul cinema asiatico.

All’interno del calendario del festival, per la prima volta è stata inserita una tappa del China Now Project, un tour mondiale, organizzato dall’associazione Cinema on the edge, che propone screenings di film indipendenti provenienti dal mainland China. Si tratta dei lavori di giovani cineasti, non ancora arrivati ai festival internazionali e che non vengono diffusi in Cina, soprattutto ora che sono stati proibiti tutti i festival cinematografici del genere. È nata quindi l’esigenza di dare spazio a questi giovani cineasti all’estero, nel tentativo di mettere sullo schermo tutta la complessa e sfaccettata realtà contemporanea del paese, un obiettivo che la produzione mainstream, seppure più diversificata per contenuti e generi, non riesce assolutamente a portare a termine. Proiettati sullo schermo del teatro il documentario “Cut out the eyes” di Xu Tong e il drama “Egg and stone” di Huang Ji, anticipati da due corti di Ding Shiwei e Zhong Su.

L’importanza del Far East Film Festival per gli amanti del genere è indubbia, un evento che rivendica un ruolo di primo piano non solo come occasione di diffusione di film altrimenti difficilmente reperibili, ma anche come luogo di incontri, scambi, focus cinematografici su realtà altrimenti poco conosciute. In questo senso mi auguro che il progetto FEFF Industry/Focus Asia, in collaborazione con il Ministero della Cultura e del neonato MIA (Mercato Internazionale dell’Audiovisivo), possa contribuire ad una maggiore distribuzione del cinema popolare asiatico qui in Italia, un tipo di cinema che ormai può entrare a pieno diritto nelle nostre sale cinematografiche.

 

Il “caso australiano” di Wu Wei, tra razzismo e censura

A causa di una serie di post pubblicati sulla piattaforma di microblogging Weibo 微博, il professor Wu Wei 吴维, capo-tutor presso la Business School dell’Università di Sidney, è stato accusato di razzismo e condotta inappropriata. In seguito a queste accuse, lunedì ha rassegnato le dimissioni e, ad oggi, non ha concesso interviste. In questi giorni,  Wu Lebao 吴乐宝, che si autodefinisce ex dissidente e parte delle forze anti-cinesi all’estero (wai fanghua shili 外反华势力) ha lanciato una petizione per sensibilizzare l’opinione pubblica internazionale sul “caso Wu Wei”, anche definito “caso australiano (Aozhou shier 澳洲事儿)”.

Molti gli articoli legati all’accusa, tra cui, ad esempio, quelli di Honi Soit e Guancha, e questa traduzione in Inglese dei post di Wu Wei. Gli articoli difendono le accuse di razzismo scagliate contro il prof. Wu, decontestualizzando le sue affermazioni o introducendole con commenti ironici.

Confrontandosi con i post “incriminati”, reperiti nella loro forma originale sulla piattaforma Weibo, ci si accorge facilmente dell’utilizzo strumentale di questi da parte degli accusatori. Tuttavia, sembra comunque evidente il disinteresse del professore nel difendere se stesso dalle accuse rivoltegli attraverso i commenti ai post: lungi dallo scusarsi, egli reitera le critiche avanzate a quel modello di studente “pigro e imbroglione”, al quale egli associa un vero e proprio modello culturale. Un gruppo di studenti sempre più folto ha dunque lanciato una petizione “contro le discriminazioni”.

Due sono i punti d’attenzione, per quanto riguarda le esternazioni “social” di questo professore cinese naturalizzato australiano. In primo luogo, vi sono le accuse rivolte agli studenti cinesi all’estero, la cui condotta e il cui quoziente intellettivo vengono da Wu Wei esplicitamente criticati con l’utilizzo del termine tun 豚 , maiale, e con riferimenti alla pratica di pagare ghost-writers per l’elaborazione di saggi. In secondo luogo, vi è un’altra questione, che non riguarda strettamente il rapporto professore-studenti, ma che coinvolge la condotta anti-cinese e dissidente di Wu Wei, il quale ha pubblicato su Weibo un video nel quale dà fuoco al suo passaporto.

Il gruppo di cinesi australiani che ha dato inizio al movimento di appoggio al prof. Wu, poi diffusosi fino a raggiungere un numero di mille firme, si è espresso riguardo alle offese esplicite del professore contro i suoi studenti cinesi (che definisce liuxue tun 留学豚, letteralmente studenti-maiali all’estero), dando ad esse un’interpretazione politica. Quello che i difensori di Wu Wei sostengono è che in queste esternazioni, l’uomo intendesse criticare il malcostume accademico, influenzato dal malgoverno della Repubblica Popolare, che genera quegli studenti che più volte sono finiti sotto accusa della comunità accademica internazionale, per superficialità e plagio.

Questo gruppo di sostenitori del professore – che ad oggi include anche artisti dissidenti della fama di Ai Weiwei- suggerisce che il prof. Wu intendesse mandare “messaggi in codice” (l’analisi dei testi di Wu Wei e dei loro legami col gergo dissidente la trovate qui). Più che offendere i suoi studenti gratuitamente, il prof. Wu si sarebbe dunque espresso contro i propri connazionali succubi della propaganda (il termine tun 豚, utilizzato a scopo derogatorio, riecheggia haitun 海豚, delfino, utilizzato per definire i nazionalisti acritici).

Ma è soprattutto l’atto di bruciare il passaporto che diviene iconico, per quei “circoli dissidenti” che difendono la libertà di espressione del professore.

Il cartoonist Ba Diucao 巴丢草 ha realizzato il manhua 漫画 (vignetta satirica) simbolo del movimento di appoggio al professore, denominato appunto “fuck the passport 草泥马护照”. Con questa immagine, il cartoonist “cita” il video pubblicato da Wu Wei, oltre al famigerato caso del “cavallo di erba e fango“, meme che ha spopolato in Cina nel 2009 ed è diventato il simbolo della lotta alla censura.

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Il movimento ha coinvolto diversi netizens, che hanno contribuito attivamente, inviando proprie fotografie: il soggetto di queste immagini riproduce il manhua di Ba Diucao, “diti medi” rivolti contro passaporti cinesi.

Il 20 aprile, Ba Diucao cita ironicamente anche Ai Weiwei, che definisce “il più grande razzista”, postando su twitter questa famosa fotografia dell’artista dissidente.

 

ai weiwei

 

“Fuck the passport” è dunque spia di una vera e propria scissione. Da una parte, i cinesi che, come il prof. Wu, molto hanno da criticare al governo cinese e al suo modus operandi (in particolare rispetto al soft power) e che vedono nella sua persecuzione un atto repressivo, tanto più grave poiché inflitto da una parte della stessa comunità studentesca cinese di Sidney (che si dimostrano così, ancora una volta, totalmente obnubilati dalla propaganda di partito).  Dall’altra studenti che, sentendosi rappresentati maggiormente da generici concetti di patria e cinesità, che da un modello atipico di professore cinese-non-cinese (Wu Wei ha ottenuto la cittadinanza australiana nell’aprile 2015), si riuniscono con l’obiettivo di proteggere la propria sensibilità culturale e i propri interessi accademici.

In conclusione, non si reputa tanto utile dare un giudizio categorico (o peggio, morale) sul comportamento del professore, quanto constatare come questo caso permetta di riflettere su una specifica dinamica culturale, innescata online. Ogni giorno, gli artisti coinvolti (in particolare il cartoonist Ba Diucao), aggiungono pepe alla vicenda pubblicando immagini satiriche. Seguiremo dunque la vicenda del professore con curiosità e interesse e vi terremo aggiornati.

 

 

 

 

China Punk in Prato

di Giovanna Ricchezza e Martina Caschera

La sera del 12 aprile, al Circolo Curiel di Prato si è ballato e pogato al suono della musica dei Demerit (in cinese guoshi  过失), band punk rock cinese, concludendo una due giorni (domenica 10 –martedì 12 aprile) dedicata alla musica alternativa prodotta nella Repubblica Popolare Cinese.

Domenica 10 aprile, lo Spazio Aut di Prato aveva già ospitato un incontro sulla scena musicale underground del paese, rappresentando un’ideale anticipazione del concerto dei Demerit. L’incontro, organizzato con la collaborazione di Santa Valvola Records, Tramediquartiere e Radio Italia Cina, si proponeva di fornire un contesto più ampio dove collocare la produzione musicale dei Demerit: Roberto Pecorale, docente di cinese e musicista appassionato del genere, ci ha descritto la scena musicale underground nella Cina Popolare, attraverso aneddoti sui personaggi, testi, video musicali e spezzoni di documentari sul genere; seguendo un approccio storico sono state ripercorse le tappe salienti della storia del rock in Cina, dalla sua nascita ed iniziale diffusione ai suoi prodotti più recenti.

Impossibile non citare Cui Jian 崔健, rocker che con la sua “Yiwusuoyou一无所有 (Nothing to my name)” marca la nascita di un genere musicale intimista e arrabbiato; i Tang Dynasty 唐朝, la nascita del punk con Misandao 米三刀, P.K. 14 e (più di recente) proprio i Demerit, le nuove tendenze elettroniche degli Hedgehog e Lonely China Day. A sostenere il discorso, le immagini di “Beijing Punk“, documentario del 2008, nel quale, oltre a riconoscere gli stessi Demerit (pure in una formazione diversa da quella che si è presentata al Circolo Curiel), veniamo introdotti al D-22, il locale cuore della scena punk-rock dei primi anni 2000, e così, più indirettamente, al bisogno di uno 自由空间, uno spazio libero, che dia a queste band la possibilità di suonare la loro musica.

Senza dilungarci oltre sulla storia della musica, tema già trattato in un precedente post su questo blog (“Consigli per l’ascolto“), ciò che ha lasciato maggiormente il segno di questo incontro ad Aut è stata la bellissima immagine proposta dal prof. Pecorale di un popolo che forma la propria cultura musicale sui “rifiuti”, gli “scarti” delle società occidentali: i cinesi vengono inizialmente a contatto con la musica occidentale, dopo i lunghi anni del deserto culturale maoista, attraverso musicassette dismesse dall’occidente, volontariamente rotte e spezzate (rese così, secondo loro, inutilizzabili), e spedite in Cina, per essere smaltite. Sono gli dakou 打口

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Curiosi e avidi di conoscenza i cinesi sono venuti a contatto con una massa indefinita ed infinita di contenuti musicali, fruiti tutti contemporaneamente, senza quella consecutio temporum per la quale dai Rollin Stones si è passati agli intellettuali del progressive rock fino ad approdare al punk dei Ramones. In questa fase iniziale di ascolti confusi la fruizione di musica rock occidentale per loro era un semplice sentire e la produzione musicale che ne scaturisce è inevitabilmente naïve, pallida e maldestra imitazione della grande musica di riferimento europea o americana. Questa chiave di lettura ci permette anche di comprendere perché la musica prodotta era effettivamente poco sperimentale, ripetitiva, troppo legata ai generi di appartenenza semplicemente : essa aveva bisogno di darsi una forma ben definita e riconoscibile, di ritagliarsi una sua collocazione all’interno della massa informe e priva di logica che era la musica contemporanea come deve essere stata percepita dai cinesi.

Tuttavia, attraverso l’ascolto di alcuni pezzi (nello specifico Tamen 他们” dei P.K.14 e Zhongnan hai 中南海” dei Carsick Cars) si evince che è stato raggiunto un buon livello di maturazione stilistica, sia che si parli di testi, musica, video, al punto che oggi la scena underground in appena 20 anni è pronta e paragonabile a quella dei nostri paesi.

I Demerit arrivano dunque a testa alta e si fermano a Prato, tappa di un più ampio tour in Italia (Lucca, Pisa) ed Europa.

Abbiamo intervistato una delle maggiori fautrici di questo evento “storico” (come viene definito da lei e dallo stesso Pecorale): Sara Iacopini, ricercatrice e dottoranda in studi sulle migrazioni cinesi.

“Era da qualche tempo che io, Roberto Pecorale, sinologo e grande conoscitore della scena musicale indipendente in Cina, e i ragazzi dell’etichetta discografica “Santa Valvola Records” volevamo portare una band punk rock cinese a Prato. Oltre ad essere amici da diversi anni, condividiamo l’interesse per un certo tipo di musica e tutti abbiamo suonato e/o suoniamo in qualche gruppo.”

Alle nostre curiosità sui legami tra il punk cinese e la città di Prato, Sara risponde che la scelta di questo genere musicale non è stata casuale, ma “voluta fin dall’inizio, frutto dell’interesse che abbiamo per la società cinese contemporanea e per la musica punk rock e le sue numerose derivazioni. Prato, città che presenta dinamiche e tendenze molto interessanti, anche legate alla presenza di una vivace e nutrita collettività cinese, ci sembrava il luogo ideale”. I Demerit, poi,  “insieme ai P.K.14, i Misandao, i Carsick Cars, sono senz’altro uno dei gruppi più importanti e influenti della giovane scena musicale underground della Repubblica Popolare. Sono band che hanno gravitato attorno al D-22, storico club punk-rock di Pechino, e all’etichetta discografica indipendente Maybe Mars, fondata nel 2007 per trovare e promuovere gruppi rock made in China. Per cui l’ascolto dei loro brani è stato quasi “obbligato”; certamente una bella scoperta!

La genesi di questo incontro ci interessava anche da diversi punti di vista: organizzativo, logistico, ma anche emotivo. Sara risponde e precisa che, rispetto alle altre date quella “pratese assume senza dubbio una rilevanza particolare, proprio per il luogo che abbiamo scelto per il concerto – il circolo Curiel – che si trova in piena Chinatown.

Non c’è stato bisogno di opere di convincimento: essendo già in tour in Europa e in Italia, è bastato trovare una data che andasse bene sia a noi che alla band. In pieno stile punk, i Demerit hanno chiesto solo un posto per dormire, un pasto caldo e…tante birre!! Il cachet del gruppo, invece, è stato finanziato grazie all’aperitivo che abbiamo organizzato domenica 10 aprile allo spazio AUT”.

Abbiamo anche indagato sulle reazioni che hanno anticipato l’incontro del 10 e il concerto del 12, e sulle aspettative degli organizzatori a riguardo.

“L’incontro di domenica scorsa voleva essere un appuntamento sia per coloro che già conoscevano, più o meno approfonditamente, la scena musicale indipendente in Cina, sia per tutti quelli che ne volevano sapere di più ed erano incuriositi, per vari motivi, dall’argomento. La grande partecipazione che c’è stata credo abbia dimostrato la forte curiosità di un pubblico certamente più vasto dei soli appassionati del genere”.  Inoltre, “Le reazioni, sia da parte del gruppo che delle persone, mi sembrano molto positive ed entusiaste; c’è molta curiosità nei confronti di questo evento”.

Il concerto-evento, è stato pensato come un “momento nel quale la musica proverà a fare da collante sociale e ad unire persone con diversi background grazie al linguaggio potente ed universale del punk” e le speranze non sono state disattese. Davvero folto il gruppo di giovani cinesi – chi punk, chi meno- di cinesi curiosi, di famigliole, che si sono radunati al Curiel, martedì 12 aprile. Molti anche gli italiani, non solo pratesi, curiosi e appassionati del genere. L’evento dunque, ha fatto da catalizzatore, unendo fisicamente nel nome della musica.

Alla fine del concerto, il gruppo si è mescolato alla folla, concedendosi per fotografie, firme e qualche chiacchiera in inglese e cinese.

Il giro della Cina in 60 foto

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In un qualsiasi testo di storia della Cina o di geografia dell’Asia destinato ad un lettore italiano, una delle prime frasi riguardanti la Terra di Mezzo è la seguente: “La Cina è grande circa diciannove volte l’Italia”. È evidente che una tale locuzione lascia piuttosto sconcertati, specialmente se ci si trova di fronte ad essa per la prima volta; lo sconcerto, però, può trasformarsi in fascino e spingere ad approfondire maggiormente cosa si nasconde all’interno di un territorio così enorme, che custodisce tesori culturali ed umani inestimabili.
Se utilizziamo l’Italia come cartina al tornasole, con tutti i suoi particolarismi regionali, che spaziano dall’arte culinaria alla tradizione teatrale e dello spettacolo, possiamo renderci conto di quanto un paese enormemente più grande possa rappresentare un immenso pozzo di ricchezze culturali e sfaccettature tradizionali che si riflettono anche nella vita quotidiana della stragrande maggioranza dei cittadini cinesi.
La Cina ha da sempre esercitato il suo fascino in Occidente attraverso il classico topos dell’esotismo, composto da quegli elementi rappresentativi dell’intero panorama cinese, come la scrittura ideografica, l’Imperatore, il Dragone, i vestiti tradizionali, il Tajiquan, le cerimonie del tè, il culto degli antenati e i filosofi più conosciuti, come Confucio e Sunzi. Purtroppo molto spesso, coloro che tendono lo sguardo ad oriente si accontentano di quanto di più visibile appare ai loro occhi inesperti e non fanno un passo ulteriore all’interno del variegato tessuto sociale da cui quegli elementi sono stati partoriti.1446819215415
Nonostante si parli di Cina da parecchi anni, sono ancora molti i miti da sfatare e le apparenze da superare. Ad oggi il paese appare come un grande gigante economico, la cui importanza è simboleggiata dagli altissimi grattacieli di Shanghai e Pechino. Ma ai piedi di questi edifici sono ancora numerose e diverse le realtà umane che si agitano tra le grandi arterie stradali e gli stretti vicoli che portano agli Hutong o ai quartieri storici, che conservano molte tracce della tradizione pre-industriale.
La collezione fotografica concepita da Paolo Longo, resa disponibile al pubblico dal 6 al 22 novembre 2015 all’interno del suggestivo scenario del Castel dell’Ovo di Napoli, nell’ambito del progetto Milleunacina a cura dell’Istituto Confucio, mira proprio a scardinare le due concezioni monolitiche che si sono avvicendate e che spesso si sovrappongono nelle società occidentali. Da una parte l’esotismo e dall’altra il capitalismo di stato. Lo stesso giornalista infatti dichiara: “Nella scelta finale delle immagini ho eliminato tutto quello che faceva ‘cronaca’ e tutto quello che aveva il sapore dell’esotico, dell’Oriente. Ogni fotografia cosi diventa un racconto che rimanda ad altre storie e ad altri racconti o che vale per se stesso. Storie di persone, storie vere, immagini della vita reale”.
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Si tratta di una ricostruzione piuttosto accurata di un viaggio che lambisce quasi ogni angolo di quell’immenso paese che è la Cina. Impresa quindi alquanto ardua, che l’autore però intraprende in maniera magistrale, fornendoci ritratti di una realtà che difficilmente si riesce a rappresentare nella sua interezza.
Le immagini spaziano da ritratti di vita quotidiana a indagini rivolte ai lati oscuri della società cinese, come ad esempio gli spazi angusti in cui i lavoratori delle grandi fabbriche sono spesso obbligati a vivere. Una delle foto ci mostra proprio un lavoratore all’interno di quella che viene definita casa, ma che in realtà è grande quanto uno sgabuzzino.
Interessanti sono anche le fotografie che ritraggono le nuove generazioni di cinesi, che vivono il passaggio cardine dalla società pre-industriale a quella capitalistica. Molti sono chiaramente affascinati dai costumi di vita occidentale, ma allo stesso tempo cercano di mantenere per quanto possibile un’identità propria.

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Alcune immagini consentono ad occhi poco esperti di avere una prospettiva migliore rispetto alla complessità del panorama sociale cinese, in particolare rispetto a temi che in Occidente spesso sono al centro di scottanti controversie e che sollevano numerose critiche nei confronti delle autorità cinesi. Ad esempio, per quanto la Cina sia un paese che contribuisce moltissimo all’inquinamento atmosferico dovuto al consumo di idrocarburi, è paradossalmente uno dei paesi che investe più risorse nello sviluppo delle fonti di energia rinnovabili, in particolare di tipo solare, come ci viene mostrato da un’immagine raffigurante un “campo” di pannelli fotovoltaici.
Infine un paradosso che lascia davvero spiazzati è quello rappresentato da una fotografia scattata presumibilmente in Tibet, che mostra un pellegrino vestito con abiti di fortuna che percorre una delle strade asfaltate che portano a Lhasa, muovendosi in maniera “tradizionale” come prescritto dai precetti religiosi buddhisti; al suo fianco compaiono anche alcune autovetture. Il contrasto è particolarmente suggestivo e ci mostra come convivano, all’interno di un paese così grande, sensibilità diverse, troppo spesso taciute sia dalle stesse autorità cinesi, sia da alcune fonti di informazione occidentali.
Un viaggio davvero emozionante quello che la mostra fotografica di Paolo Longo ci consente di intraprendere con la mente, nell’attesa di compierlo per davvero.

 

Le immagini in questo articolo sono state reperite nelle pagine ufficiali dell’evento. 

Le lettere di Zhang Yimou

 

Feng Wanyu (Gong Li 功俐) è una donna che trascorre gli anni nell’attesa dell’uomo amato, Lu Yanshi (Chen Daoming 陈道明), un intellettuale dissidente.

Siamo nella Cina della Rivoluzione Culturale, Lu fugge da un campo di lavoro per tornare a casa, si imbatte nella figlia adolescente, promettente ballerina la cui carriera è compromessa dagli errori politici del padre. La fiducia e lo zelo nei confronti del partito portano Dandan a denunciare il padre, che verrà nuovamente incarcerato proprio mentre cerca di incontrare l’amata moglie. Lu verrà riabilitato alla fine della Rivoluzione Culturale, tornerà a casa quando Feng Wanyu sarà ormai affetta da amnesia e non lo riconoscerà.

Trascorreranno insieme il resto della loro vita, ad aspettare il ritorno di un amore che è ormai impossibile riconoscere.

Zhang Yimou torna con un dramma familiare a sfondo storico “Lettere di uno sconosciuto (titolo originale 归来 tornare)”, presentato per la prima volta fuori concorso a Cannes, nelle sale italiane a partire dal 26 marzo. La trama viene sviluppata dal nucleo narrativo del romanzo “Il criminale Lu Yanshi 陆犯焉识”, di Yan Geling 严歌苓, scrittrice evidentemente amata dal regista: è suo anche “I 13 fiori di Nanchino 金陆十三钗”, romanzo da cui Zhang Yimou ha tratto l’omonimo film (conosciuto col titolo inglese “Flowers of war”). La differenza, spiega il regista, sta nel lo sviluppo della trama: mentre il romanzo pone l’accento sulla fase dell’innamoramento della coppia, collocata negli anni ’50-’60, un periodo troppo complesso storicamente per poter essere affrontato senza problemi con la censura, Zhang ha preferito invece approfondire gli effetti di questi anni sulla vita delle persone. Ispirato da un tema importante e dal ritorno della sua musa Gong Li, Zhang torna ad essere un gran narratore e scrive uno dei suoi film tradizionali, senza tempo né spazio.

L’impronta del maestro è inconfondibile: cromatismi e giochi di luci-ombre danno plasticità alle scene e richiamano alla memoria le sue pellicole degli anni 80-90 (basta ricordare Sorgo Rosso e Judou), i giochi della macchina da presa che fanno della prima parte del film una sorta di poliziesco, tra momenti di suspance ed inseguimenti rimandano ai suoi film agli inizi del millennio (da Keep Cool al recente Flowers of War). Fin quando subentra il dramma psicologico, gli ambienti si fanno chiusi e scuri, i primi piani aumentano, così come le lacrime. Il film si flette: dalla grande storia ripiega sulla storia del singolo, sull’esperienza umana. Il dolore viene ammaestrato, si fa straziante ma mai scomposto, resta silenzioso ma scava nella psiche umana fino a contorcerla, si trasforma in oblio. E’ questa la più bella intuizione del regista: rendere tangibile quell’oblio che ha avvolto le vittime della rivoluzione culturale durante tutta la sua durata e a cui la stessa rivoluzione è stata a sua volta condannata dalla storia ufficiale. I personaggi incarnano perfettamente lo spirito degli anni in cui vivono: combattivi all’inizio del film, dopo la fine della rivoluzione culturale, diventano remissivi, accettano rassegnati un destino che gli viene gettato addosso, preferiscono dimenticare. La dimenticanza, indicata dal regista come espediente per “essere più creativi” e raggirare la censura, è l’unico aspetto che ha il retrogusto di denuncia al regime, tuttavia la rassegnazione con la quale viene accettata riflette un atteggiamento passivo del paese nei confronti del suo passato. Forse Zhang Yimou era semplicemente interessato a fare un film che parlasse di amore e delle sofferenze che esso comporta e il cui unico obiettivo fosse di commuovere, come aveva già fatto precedentemente con “Under the Hawthorn tree (山楂树之恋 2007).

Tuttavia decidere di denunciare in modo così velato un argomento dal peso storico e sociale così importante rende questo film una pellicola dalle potenzialità di analisi e critica sociali enormi, ma quasi completamente mancate.

Il boom dell’ e-tourism in Cina

Se nella Cina degli anni ’80 il turismo, soprattutto quello internazionale, rappresentava un’attività di nicchia, appannaggio di pochi privilegiati, nel 2015 si tratta ormai di un’abitudine consolidata e diffusa tra gli abitanti del Dragone.

Nel 2014 circa 107 milioni di  cinesi sono andati all’estero per turismo, e il dato sembra destinato a crescere. Secondo le stime dell’Organizzazione Mondiale del Turismo, infatti, il numero di cinesi in viaggio verso mete internazionali raddoppierà entro il 2020. A cambiare non sono solo i numeri, ma soprattutto le modalità con cui i cinesi scelgono di viaggiare: se in passato si preferiva ricorrere ai tradizionali tour organizzati dalle agenzie di viaggio, oggi si è sempre più orientati verso un tipo di turismo indipendente, in linea con i propri gusti e le proprie esigenze. Complici di questa tendenza sono fattori economici e sociali quali l’aumento del reddito di una classe media in espansione, l’influenza sempre più forte della cultura e degli stili di vita occidentali e la crescente facilità degli spostamenti oltreconfine (in termini di frequenza dei voli diretti verso le città straniere, di rapidità nel rilascio dei visti etc.)

In questa transizione un ruolo chiave è svolto da Internet e dalle nuove tecnologie digitali: il cosiddetto e-tourism rappresenta ormai un settore fondamentale dell’industria turistica cinese, cresciuto sensibilmente negli ultimi anni e proiettato verso un’espansione ancora più significativa. Il settore si inserisce tra due mercati in grande espansione, quello del turismo, che rappresenta attualmente uno dei principali driver di crescita del Paese, e quello dell’e-commerce, di cui la Cina, con 632 milioni di utenti  web e 527 milioni di utenti Internet da smartphone nel luglio del 2014, si avvia a diventare leader globale. 

Secondo i dati del China Internet Information Center, nel luglio del 2014 erano 190 milioni gli utenti di Internet che nel primo semestre dell’anno avevano utilizzato il web per organizzare i propri viaggi, registrando una crescita del 4.9% rispetto alla fine dell’anno precedente. Ancora più sorprendente il numero di utenti ricorsi alle applicazioni per smartphone: 75.37 milioni, il 65.4% in più rispetto al dicembre del 2013. La grande fortuna dell’e-tourism, soprattutto tra gli under trentacinque, è facilmente comprensibile: sul web è infatti possibile acquisire ogni sorta di informazione su qualsiasi meta o itinerario tramite i motori di ricerca, condividere la propria esperienza e confrontarla con quella di altri viaggiatori sui numerosi forum e blog dedicati all’argomento, scegliere tra una vastissima gamma di soluzioni di viaggio offerte, a prezzi più competitivi rispetto alle agenzie di viaggio tradizionali, da attori che operano esclusivamente online.

Il mercato delle web agency cinesi è essenzialmente diviso tra quattro player principali.
Con una quota di mercato pari quasi al 23% nel 2014, Ctrip.com (携程) è il vero colosso dell’e-tourism cinese. La piattaforma consente di effettuare prenotazioni di biglietti aerei e ferroviari, di scegliere tra diverse soluzioni di alloggio e di acquistare pacchetti completi per viaggi individuali o di gruppo all’interno del Paese o all’estero. Le ragioni del suo successo sono da imputarsi principalmente ai prezzi competitivi, alla varietà e qualità dei servizi offerti e all’efficienza del suo sistema di recensioni. Di recente, la società sta puntando molto sulla sua applicazione per smartphone, che, alla fine del 2014 aveva superato i 350 milioni di downloads. 

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Sulla stessa lunghezza d’onda si collocano i portali Elong.net (艺龙), focalizzato principalmente sul turismo domestico, Qunar.com (去那儿), acquisito da Baidu nel 2011, e Tuniu.com途牛), che offre oltre 2000 pacchetti per tour domestici o internazionali con partenza da dieci città cinesi, con le relative versioni mobile. Oltre alle web agency, un ruolo di primo piano è svolto da marketplace quali Taobao.com (淘宝) Tmall.com (天猫), utilizzati da diversi operatori turistici per la pubblicizzazione e la vendita delle proprie offerte.

 

Yuanyang, la Cina fuori dal tempo

 

 

 

 

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Yuanyang è immersa in una quiete irreale, fuori dal tempo. Nonostante le sue risaie a terrazze siano state dichiarate patrimonio dell’umanità dall’UNESCO e Yuanyang “contea rilevante per lo sviluppo di un’industria culturale tipica” dal governo della RPC, attraendo così visitatori da tutto il mondo, la vita scorre tranquilla tra le viuzze di questi paesini semiaddormentati. Le risaie danno il meglio di sé all’alba e al tramonto, quando sembrano un mosaico di specchietti poggiati sui declivi, a disegnare forme imprevedibili nei cui contorni lo sguardo si perde. La sensazione è quella di essere in un’opera d’arte che si estende per più di 120 chilometri quadrati, solare sintesi della simbiosi tra uomo e territorio. Eppure gli abitanti del luogo, dell’etnia Haini, non devono aver avuto particolari preoccupazioni estetiche quando hanno costruito queste terrazze centinaia di anni fa, ai tempi delle dinastie Tang e Sui. Sono stati abilissimi nello sfruttare ogni centimetro utile della montagna realizzando vasche sottilissime o al contrario molto estese, per assecondarne la pendenza su oltre 3000 gradini. Le vasche vengono usate ancora oggi per la coltivazione del riso, separate l’una dall’altra da muretti di terra spessi una ventina di centimetri, su cui i locali passano con disinvoltura nonostante il rischio (per quelli come me) di cadere nell’acqua a ogni passo.

 

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Sono nella prefettura di Honghe, a circa 2500 metri di altitudine, nella provincia meridionale dello Yunnan. Giù a valle c’è il Fiume Rosso (Honghe, appunto), che da qui arriva fino al Golfo di Tonchino, in Vietnam. Sulla montagna sono appoggiati numerosi piccoli villaggi costruiti e ricostruiti secondo lo stile tradizionale. Molti hanno le stradine nuove e gli edifici dipinti di fresco, prova evidente dello sforzo che il governo investe nel mantenimento della zona per favorire il turismo cinese e internazionale. Infatti l’accesso ai punti d’osservazione più suggestivi è a pagamento: ci hanno costruito delle terrazze panoramiche di cemento, che nelle ore clou si affollano di fotografi amatoriali con obiettivi di mezzo metro ciascuno. Se da un lato la protezione della bellezza della montagna e di questi luoghi richiede sicuramente un impegno economico, dall’altro il suo godimento dovrebbe essere concesso a tutti. La montagna e la valle sono di tutti (o di quelli che ci vivono, al limite). In ogni caso, non ho nessuna intenzione di spendere questi 100 yuan – poco più di 10 euro, una discreta somma da queste parti, dove si può dormire con appena 20/30 yuan. Lascio che a farlo siano i gruppi di turisti cinesi che gli autobus vomitano direttamente sulle terrazze a intervalli regolari. Evito pure il “villaggio etnico”, sorta di parco dei divertimenti folkloristico dove i visitatori possono immergersi nella vita e nelle tradizioni di comparse pagate per vivere esattamente come facevano i loro antenati.

 

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Gli abitanti di Yuanyang non sembrano amare i turisti. O forse il loro carattere è solo diverso rispetto a quello dei dai, così aperti e solari, che ho incontrato nel Xishuangbanna, la prefettura meridionale dello Yunnan dalla quale sono venuta qui. La dura vita di montagna avrà forse indurito anche le persone? O magari sono solo gelosi della loro bella montagna? La mia ‘politica del sorriso’, che tanta cordialità ha suscitato in questo viaggio, riceve qui pochissimi riscontri, di solito da parte di uomini di mezza età, mentre i bambini e le vecchie matrone sembrano particolarmente ostili. La maggior parte delle donne per strada ostentano indifferenza, tranne quando vogliono vendere qualcosa: ma pare che delle uova bollite siano tutto quello che le venditrici ambulanti abbiano da offrire.

 

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Scambio alcune frasi con delle signore anziane sedute al sole, intente a intrecciare fili dai colori fluo per farne dei ‘pompon’ che applicano ai loro elaborati copricapi tradizionali – Evviva, queste qui mi sorridono! Una di loro mi lascia anche fotografare le sue mani al lavoro: mi hanno fatto pensare a quelle di mia nonna con l’uncinetto. Ma la nostra amicizia di pochi minuti si conclude con la solita richiesta di spiccioli – Ci rimango un po’ male, perché tendo a non considerarmi la solita turista da spennare; ebbene, lo sono. C’è poco da fare, l’ho capito presto: molti qui sono poveri e vivono del turismo assistenzialista dello stato. Con i neonati sulle spalle, le donne lavorano duro tutto il giorno in casa e fuori, nei campi, nei pochi negozi, negli ancor più rari ristoranti. “Che tamade (c***o) hai da sorridere, straniero, con le tue scarpette nuove e la tua macchina fotografica, mentre io devo raccogliere la legna in montagna, spazzare il cortile, dar da mangiare ai maiali (che grufolano liberi sul selciato), arare il terreno, spennare galline, badare a questi mocciosi sporchi, che sembrano degli animaletti pure loro…”

 

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Il secondo giorno mi sveglio prima dell’alba per andare a vedere le terrazze con questo strambo gruppo. Ci sono Roberto, italiano trapiantato a Parigi, Xiaolei e Arthur, coppia sino-francese: i tre sconosciuti divenuti miei compagni di viaggio ieri pomeriggio. Si aggiunge anche Olivia, ma nel dormiveglia non capisco nient’altro di lei. Me ne allontano presto per restare con la bruma del mattino e i miei pensieri, mentre le risaie diventano rosa. All’appuntamento a un generico ‘tramonto’ non ci incontreremo mai.

La luce dell’alba cambia ogni manciata di secondi, e io non sono esattamente una provetta fotografa, meglio sedersi e godersi lo spettacolo.

 

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Dopo la colazione, mi incammino senza una meta precisa. Decido di lasciare la strada principale per seguire un sentiero che si arrampica sulla montagna. Il sentiero diventa una scia di pietre sconnesse, poi solo roccia nuda scavata dai passi tra l’erba. Cammino, il sole è caldo, le vacche brucano in equilibrio sui ripidi pendii ai miei fianchi. Mi giro e scatto una foto, casomai non ricordassi la via del ritorno; ecco, questo bivio, sì, le due collinette, ci passo in mezzo e da lì si riscende. Il sentiero sale fino alla cima, da cui si abbraccia la valle immensa con i villaggi e le terrazze, gradini minuscoli e luccicanti, e poi si rituffa per un po’, per poi collegarsi a decine di altri picchi in un percorso di monti verdi che sembra infinito!

 

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Dopo un tempo che non saprei dire ma pare lunghissimo pure lui, decido di tornare indietro. Non si sa mai, comincio a essere stanca. Lungo la discesa incrocio persone che raccolgono legna o erbe, con la gerla sulle spalle, vecchi con i bufali al pascolo, qualcuno mi offre una prugna gialla e dura – stavolta quasi tutti sorridono. Sarà che non sembro più una turista laowai (*straniera), accaldata come sono, felice in mezzo all’erba; sarà che ho in testa questa specie di turbante arancione per proteggermi dal sole, e forse mi hanno scambiata per una cinese di una shaoshu minzu (*minoranza etnica)…

Sarà. Riparto lasciando un pezzetto di cuore anche a questo posto.

 

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Il Nuovo Realismo Cinese a Firenze

di Martina Caschera e Giovanna Ricchezza

 

 

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Nell’atmosfera suggestiva delle sale dei Quartieri Monumentali, nella Fortezza da Basso, a cinque minuti da Santa Maria Novella di Firenze, il 6 febbraio 2015 è stata inaugurata la mostra “Costante Cambiamento 流变共在”, dedicata alle forme pittoriche del “Nuovo Realismo Cinese” contemporaneo.
Purtroppo il tempo per approfittarne è pochissimo: si concluderà infatti il 17 febbraio.

Curata dall’AARCI, l’Associazione Artisti Cinesi in Italia, dall’Accademia di belle Arti del Sichuan e dell’Arte Moderna Cinese, la mostra è sponsorizzata anche dal Comune di Firenze, dalla Regione Toscana e dall’Istituto Confucio. Un evento che è, di fatto, un incontro tra Cina e Italia, per uno scopo comune ed importante: la mostra, gratuita, raccoglie un numero molto elevato di opere (circa due per autore) provenienti dal Sichuan Fine Arts Institute, uno dei quattro principali poli artistici della Cina.

Esposti 39 autori, in gran parte giovani, oltre a nomi già noti nel panorama artistico contemporaneo. Tra questi ultimi, Luo Zhongli, direttore dell l’Accademia di Belle Arti del Sichuan, conosciuto per l’opera “Padre”, con la quale ha vinto il primo premio alla 2° Mostra Nazionale Giovanile di Belle Arti nel 1982, ora esposta al Museo d’Arte Nazionale di Pechino. Oltre all’introduzione alla mostra, scritta insieme al Rettore dell’Accademia d’Arte Moderna Cinese, di Luo Zhongli è la tela che campeggia nella sala d’ingresso alla mostra, Noon.

Luo Zhongli_Noon
Tra i nomi più quotati sulla scena internazionale Pang Maokun (all’estero ha esposto, tra gli anni Ottanta e Novanta, in “Pittura Cinese Contemporanea a olio”, New York e ne “L’avanguardia del guardare al vero”, San Pietroburgo) e Zhong Biao.
Anche i cosiddetti “giovani” riservano parecchie sorprese. Tra loro Wei Jia, Yao Peng e Wangpei Yong.

Wei Jia - Your Face in Eyesand Mine v

 

 

Yao Peng - What

 

Wang Peiyong  - Date

Il fil rouge che lega, talvolta forzatamente, opere di autori profondamente diversi, per poetica, stile e tecniche, ma anche per età (alcuni sono “maestri”, altri “allievi”), è il “Costante cambiamento”, inteso come rinnovamento ed adattamento, tra passato e futuro. Nella presentazione della mostra, essa viene infatti definita “面向过去与走向未来的“流变与共在:中国新现实·绘画”展览”, che potremmo tradurre con: “Costante cambiamento: il Nuovo realismo Cinese in Pittura”, un’esposizione che si confronta col passato e si dirige verso il futuro.
Il confronto tra contemporaneità e tradizione si avverte anche nella scelta delle tecniche: predomina la pittura ad olio, un tipo di pittura che, in declino di Europa, sembra godere di una brillante rinascita proprio nella Terra del Dragone. Intensa l’esperienza di vedere fermati nell’olio tanti soggetti, figli di una cultura che, lungi dal perire nello smog e nella censura, si rinnova e trova una via per esprimere dissenso, spaesamento e voglia di riscatto.

Molte delle opere esposte risultano estremamente complesse e provocatorie nella simbologia e nelle metafore rappresentate, ma allo stesso tempo molto interessanti, per bravura tecnica ed originalità tematica, al punto da meritare probabilmente qualche riga d’accompagnamento all’opera, che purtroppo manca del tutto, e la sola introduzione alla mostra esposta nella sala d’ingresso e tradotta letteralmente, spiega ahimé ben poco e in maniera forse un po’ troppo istituzionale quello che la mostra rappresenta realmente.

Tra le sale espositive, ben allestite, l’avventore non informato ma curioso si stupisce di fronte ad opere tanto diverse le une dalle altre e tanto lontane dall’idea stereotipata di una Cina bloccata nella pittura di paesaggio e di inchiostro.

Tantissimi i visitatori, italiani e cinesi, palpabile l’apprezzamento delle opere ma anche un certo disappunto che nasce dalla mancanza di una voce, di una guida, di una spiegazione esaustiva. Colpevole forse l’assenza del catalogo, bloccato a Bologna causa maltempo.

Consigliatissima, per avere un’idea generale di quanto di buono la Cina produce, nell’arte, ancora.

E perché eventi del genere, in Italia, non sono mai pubblicizzati abbastanza.

 

 

Foto di Giovanna Ricchezza, Roberto Turchi

 

 

 

Librerie cinesi pop: cosa si legge nel Paese del Drago?

 

I cinesi amano lo shopping online.

Chiunque abbia lavorato in Cina sa bene con quanta frequenza i colleghi autoctoni ricevano pacchi su pacchi di materiale acquistato in rete e comodamente consegnato alla scrivania; il contenuto è estremamente variabile, come possibilmente infinita è la scelta proposta dai maggiori siti di acquisti.

Amazon.cn resta dunque il sito più affidabile per valutare le tendenze letterarie dei cinesi. Di seguito Chinapolis riporta la classifica 2014 dei best seller in base alle vendite del colosso di Seattle; abbiamo scelto di farlo in ordine ascendente per aggiungere meritato pathos.

 

10) 当时忍住就好了 (Titolo originale: “Your killer emotions”)

Autore: Ken Lindner

Anno:2013

Copertina dell'edizione cinese di Killer your emotions

Copertina dell’edizione cinese di Killer your emotions

Siete mai stati preda di “emozioni eccessive” capaci di ottenebrare le facoltà cognitive tanto da spingervi a prendere decisioni sbagliate? Avete mai provato un senso di impotenza di fronte al sopraffare di una forza interiore più potente della vostra ragione? Ken Lindner, santone americano, promette di mostrare la via per incanalare le energie negative. Al decimo posto della classifica amazon.cn troviamo un compendio di psicologia che sostiene di sedare in 7 punti le “emozioni tossiche” capaci di sabotare la vita di ogni giorno, nonché di tramutare la negatività in un palcoscenico per il successo.

Il commento degli utenti di Weibo:

La bellezza della semplicità: #Killeryouremotions#. Nella vita c’è sempre almeno una volta in cui capita di agire senza ragionare o parlare senza pensare; e dopo ce ne pentiamo quasi sempre. “Al giorno d’oggi bisogna sopportare” (traduzione libera del titolo in cinese del volume, ndt): quel “sopportare” deve essere guidato. Dopo aver letto il libro ho raggiunto molti risultati positivi e ho imparato a controllare l’interruttore delle emozioni: è una lettura che modifica gradualmente i modelli comportamentali e porta a compiere delle scelte di vita ricche di valore.

DIY: Il tema del libro è molto profondo. A volte dopo aver gettato delle cose nella spazzatura scopriamo che basta “sopportarle” anziché darle via; ad esempio l’anno scorso ho conservato il vecchio salice delle decorazioni per il capodanno e quest’anno è bastato potarlo un poco e usare della corda per poterlo riutilizzare. Ho appena terminato. #Killeryouremotions#.

L'autore, Ken Lindner

L’autore, Ken Lindner

 

9) 看见 Kàn jian (“Ho visto”)

Autore: Ah Lai

Anno: 2011

Copertina del libro Kanjian

Copertina del libro Kanjian

Ah Lai è un famoso scrittore tibetano che ha cominciato la propria carriera come poeta e editore della rivista Grassland, la testata cinese più prestigiosa del settore. Nel 2000 ha vinto il premio “Mao Dun Literary Award” e nel 2009 il “Dangdai Literary Prize”. Nei suoi libri affronta il tema della spiritualità tibetana senza essere mai apertamente critico nei confronti di Pechino.

Kan jian è la raccolta di 40 saggi di vario argomento, dai costumi di vita e tradizioni delle minoranze etniche della Cina sud occidentale a considerazioni di natura letteraria dell’autore. Ah Lai racconta dei suoi viaggi e delle diversità culturali che ha incontrato sul suo cammino tra le etnie più disparate, spinto da una curiosità di ricerca delle radici più complesse della Cina.

Il commento degli utenti di Weibo:

Baobei: #Kanjian# riflette la lunga esperienza di vita e di lavoro dell’autore. Offre un punto di vista fresco sulla natura delle regioni in cui vivono le minoranze etniche del Sud-ovest e i loro costumi, nonché sull’evoluzione personale di Ah Lai una volta raggiunto il successo come scrittore. La prosa è chiara, semplice e ricca di sentimento. Leggere un romanzo di Ah Lai significa ascoltarlo raccontare una bella storia, ma leggerne gli appunti di viaggio è come entrare nella sua sfera emotiva personale.

Dalong: #kanjian# Perché mi è piaciuto il libro? Perché è vero. Non tutti riescono ad essere onesti verso sé stessi; ma non importa se buoni o cattivi, tutti abbiamo sperimentato ciò che descrive l’autore. Ah Lai non ha la presunzione di dirci cosa è giusto e cosa non lo è: ci spinge solo a guardare, così che una volta dopo aver visto possiamo giudicare da soli.

 

L'autore

L’autore

 

 

8) 目送 Mu song (“Addio”)

Autore: Long Yingtai

Anno: 2009

Copertina del libro Musong

Copertina del libro Musong

Un tributo ai milioni di cinesi che sono stati vittime di un’era difficile: Musong è una raccolta di storie tragicamente reali sugli anni della guerra civile in Cina. L’autrice, ex Ministro della cultura della Repubblica di Cina, narra delle tante famiglie che hanno dovuto lasciare la Cina continentale per fuggire alle ripercussioni cui sarebbero state soggette da parte dei comunisti di Mao; dando voce alla gente comune, Long Yingtai cerca di appianare le divergenze e i pregiudizi che esistono tutt’ora tra cinesi e taiwanesi, mostrando che al di la della politica ci sono degli individui.

Il commento degli utenti di Douban:

Jane: Le due settimane del corso di nuoto di mio figlio sono finite. Per quindici giorni mi sono svegliata presto e l’ho portato in piscina: mentre lo aspettavo, mi sono immersa nella lettura del nuovo libro di Long Yingtai, Musong.
Questo volumetto di una settantina di pagine racchiude in sé il sentimento della vita che scorre: padri che muoiono, madri che invecchiano, figli che attraversano oceani. È una scintilla bellissima che si affievolisce, questo addio che accompagna verso la vecchiaia e la morte e lascia il cuore colmo di dolore.
Come tutti gli altri lettori, anche io mi sono commossa. L’autrice ha dichiarato di aver ricevuto molti commenti e di essere stata colpita da uno in particolare: “Yingtai sei immorale, bisognerebbe avvertire la tua casa editrice; sulla copertina dovresti far scrivere: ‘Si prega di non leggere questo volume in pubblico’ perché tanti lettori in metro o in aeroporto senza saperlo aprono il tuo libro e ne sono così colpiti da non poter fare a meno di scoppiare a piangere in luoghi pubblici”.

 

 

L'autrice, Lung Yingtai

L’autrice, Lung Yingtai

 

 

7) 不曾走过,怎么懂得 (Titolo originale: Lots of candles, plenty of cake)

Autore: Anna Quindlen

Anno: 2013

Copertina dell'edizione cinese di Lots of candles, plenty of cake

Copertina dell’edizione cinese di Lots of candles, plenty of cake

Anna Quindler è una scrittrice e giornalista americana, vincitrice del Pulitzer Prize for Commentary nel 1992. In questa raccolta di saggi affronta il tema del passaggio dalla mezza età all’inizio della vecchiaia, prendendo spunto da esperienze di vita personali. In una revisione a 360 gradi dei modelli culturali che costringono le donne nella società odierna, la Quindler inneggia alla bellezza della solitudine e alla vuotezza del possedere “tante cose”. Quando il corpo inizia inesorabilmente ad essere vittima della gravità, quello che realmente conta sono i rapporti con gli altri e i té con le amiche, quelle vere.

Il commento degli utenti di Douban:

Zounan: Il titolo di questo libro mi ha molto colpito, ma è anche facile farsene trarre in inganno. Quando l’ho letto, ho capito che l’autrice non solo non voleva prendersi gioco di noi, ma anzi che il suo intento era quello di mostrarci la strada per evitare gli inganni: cioè come non farsi ingannare dagli altri, né da noi stessi.
Come prima cosa, a questo mondo tutti noi facciamo affidamento sugli altri e ci sottovalutiamo, risultando così prede facili all’inganno. Specialmente qui in Cina, molti “professionisti” dell’essere ingannati si trovano ad affrontare esperienze spiacevoli e a non mettere in guardia gli altri per l’assurda presunzione che “se hanno sbagliato loro, anche gli altri devono sbagliare”. Inoltre spesso inganniamo noi stessi, per ignoranza o pregiudizio: ad esempio io non apprezzavo l’arte antica greca, giudicavo quei nudi indecenti e volgari, ma quando ho studiato i miti greci per un esame di filosofia ho capito che stavo ingannando me stesso restando fermo alle mie impressioni iniziali.
Questo libro di Anna Quindlen mostra il problema da una prospettiva diversa. L’autrice ci parla della sua vita, analizzando i vari stadi con spirito critico e divertente. Le sue parole sono un valido motore per superare la paura dell’inganno.

 

L'autrice, Anna Quindlen

L’autrice, Anna Quindlen

 

 

6) 你的孤独,虽败犹荣 (“La tua solitudine, una sconfitta gloriosa”)

Autore: Liu Tong

Anno: 2014

Copertina dell'edizione cinese

Copertina dell’edizione cinese

Liu Tong è un giovane trentenne che affronta un tema piuttosto delicato nella società attuale, ovvero quello della solitudine. Il sentimento di paura e smarrimento che dà la convinzione di non poter fare affidamento sugli altri è promotore della maggior parte dei nostri stati negativi: riuscire a gestire la solitudine in modo da renderla un’occasione di crescita è la sfida che l’autore pone a sé stesso e gli altri.

Il commento degli utenti di Douban:

Mo: Ho provato tutti i tipi di solitudine descritti nel libro, dall’assenza dei genitori quando ero bambino ai viaggi in posti lontani senza alcun compagno, e l’esperienza mi ha aiutato e ricavarne solo occasioni di crescita. Credo che per quanto diciamo di temere la solitudine, in realtà ne abbiamo anche bisogno. In solitudine si riflette meglio, si è più liberi, ci si abbandona di più alle emozioni.
“La tua solitudine non è dovuta a un’impossibilità di fare affidamento sugli altri, né è dovuta alla freddezza del tuo cuore.
È dovuta al tuo continuo e affannoso correre verso l’alto.
La scalata è molto ripida ed è questo a farti sentire solo.”

 

L'autore Liu Tong

L’autore Liu Tong

 

 

5) 自控力 (Titolo originale: “The willpower instinct”)

Autore: Kelly McGonigal

Anno: 2011

Copertina dell'edizione cinese di The willpower instinct

Copertina dell’edizione cinese di The willpower instinct

Kelly McGonagal indaga sul significato della forza di volontà: per lo psicologa americana non si tratta di virtù, bensì di una funzione biologica che può essere migliorata attraverso l’autocontrollo, la meditazione, l’esercizio, la nutrizione, il sonno. La forza di volontà non è una risorsa illimitata: troppo autocontrollo può sortire l’effetto opposto e danneggiare la salute. Il libro mette insieme dei consigli per migliorare la propria qualità della vita insieme a degli esercizi per aiutare i lettori a raggiungere determinati obiettivi.

I commenti degli utenti di Weibo:

Smurfs: #Thewillpowerinstinct# il vero segreto della forza di volontà è conoscere sé stessi. Bel libro, prezioso; mi ha aiutato tanto a capire delle cose di me e ad affrontare delle situazioni difficili. Mi è piaciuto molto.

Taimaitian: #Thewillpowerinstinct# lo consiglio a tutti, molto utile e sicuramente vero.

 

 

L'autrice Kelly McGonigal

L’autrice Kelly McGonigal

 

4) 解忧杂货店 (“La drogheria che allevia l’ansia”)

Autore: Keigo Higashino

Anno: 2013

Copertina dell'edizione cinese

Copertina dell’edizione cinese

Una cassetta delle poste in una drogheria deserta che dispensa consigli a chi vi infila dentro una richiesta di aiuto; una macchina del tempo che fa interagire futuro e presente; una famiglia avvolta nel mistero.

Keigo Higashino è uno scrittore giapponese famoso per i suoi gialli intricati e il detective Galileo. Molti dei suoi libri sono stati tradotti con successo in Cina.

I commenti degli utenti di Weibo:

Nana: #Ladrogheriacheallevial’ansia# Molti amici mi hanno parlato male di questo libro dicendo che ci sono troppi personaggi e molta confusione nella narrazione; consiglio ai potenziali lettori di farsi un proprio schema durante la lettura. Non scoraggiatevi, è l’ennesima meraviglia di Higashino.

 

L'autore Keigo Higashino

L’autore Keigo Higashino

 

3) 百年孤独 (Tradotto in Italia come “Cent’anni di solitudine”)

Autore: Gabriel Garcia Marquez

Anno: 1967

Copertina dell'edizione cinese di Cent'anni di solitudine

Copertina dell’edizione cinese di Cent’anni di solitudine

Al terzo posto nella classifica amazon troviamo un grande classico che non ha bisogno di presentazioni, “Cent’anni di solitudine” di Gabriel Garcia Marquez. La fantastica storia della famiglia Buendia e della città di Macondo, narrata con toni favolistici in un intreccio di vicende avvincenti, conquista anche la Cina con qualche anno di ritardo rispetto il grande successo in Occidente.

La morte dell’autore, avvenuta lo scorso anno, ha riportato in auge lo scrittore colombiano che i cinesi ritengono essere la massima influenza per il “realismo magico” che caratterizza un proprio campione nazionale, Mo Yan. I libri di Marquez sono stati tradotti in Cina solo alla fine degli anni ’80.

I commenti degli utenti di Douban:

Xiaoli: All’inizio non mi sembrava un gran libro, ma ho presto cambiato idea. I personaggi non posseggono nulla, a parte la loro solitudine intrinseca; anche quando piangono, non ci sono lacrime. E’ una storia molto bella, surreale ma concreta nel senso di tristezza di ogni membro della famiglia Buendia.

L'autore Gabriel Garcia Marquez

L’autore Gabriel Garcia Marquez

 

2) 追风筝的人 (Tradotto in Italia come: “Il cacciatore di aquiloni”)

Autore: Khaled Hosseini

Anno: 2003

Edizione cinese di Il cacciatore di aquiloni

Edizione cinese di Il cacciatore di aquiloni

Amir è un giovane ragazzo che vive in un distretto di Kabul e Hassan è il suo migliore amico. Le loro vite si intrecciano agli avvenimenti storici che coinvolgono l’Afghanistan dalla caduta della monarchia da parte del regime militare sovietico fino all’ascesa del regime talebano.
Il libro è stato un best seller fin dalla prima edizione ed ha venduto sette milioni di copie negli Stati Uniti in soli due anni. Nel 2007 è stata realizzata anche una trasposizione cinematografica, molto discussa a causa della scena molto forte di uno stupro.

I commenti degli autori di Douban:

Qingnian: Ho letto la versione in inglese. A dire il vero, la trama è molto toccante: ma non mi sono mai piaciute le storie che finiscono con il baciare il culo agli americani. Il film al contrario è molto meglio.
Devo ammettere che mi sono commossa.

 

L'autore Khaled Hosseini

L’autore Khaled Hosseini

 

1) 从你的全世界路过 (Titolo originale: “I belonged to you”)

Autore: Zhang Jiajia

Anno: 2014

Copertina di I belong to you

Copertina di I belong to you

“I belonged to you” è una raccolta di racconti del famoso blogger cinese Zhang Jiajia. Le sue storie si sono diffuse in rete con il nome “Bedtime stories” e sono state ri-postate un milione e mezzo di volte in pochi giorni. Il numero dei lettori è esorbitante e presto si è parlato di trasporre i suoi racconti in un film: Wong Kar Wai dovrebbe terminarlo entro quest’anno.
La gente comune si rivede nei racconti di Zhang Jiajia. La narrazione è piuttosto confusa,come se un amico raccontasse una storia in maniera concitata e disordinata nel mezzo della notte. Lo stile cambia spesso e i soggetti anche, spaziando dal non-sense al dark al comico.

I commenti degli utenti di Douban:

Yilai: Non sono d’accordo con l’idea di raccogliere le storie del blog in un formato cartaceo. Weibo e i libri sono due mondi profondamente lontani, non tutto può tramutarsi automaticamente in carta stampata (sopratutto una raccolta di racconti online). E come se non bastasse, ora arriverà anche un film! Trovo lo stile troppo semplice e l’autore presuntuoso. Infine basta con questa adolescenza tormentata! Non è tutto così difficile come sembra in questi racconti, dove regna il tragico per ogni imprevisto innocente: quando sarete grandi lo capirete.

 

L'autore, Zhang Jiajia

L’autore, Zhang Jiajia

 

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Lungo le Tre Gole

Esiste un luogo in Cina, da Fengjie 奉节, presso Chongqing, e Yichang 宜昌, nello Hubei, di incomparabile bellezza: le acque del Changjiang 长江, da noi conosciuto come fiume Azzurro, si sono fatte strada tra verdi montagne, scavando delle gole, alcune più strette e impervie, altre morbide e regolari, chiamate semplicemente le Tre Gole 三峡. Esse sono talmente famose che basta anche solo menzionarle ad un cinese, che questi tira fuori una banconota da 10 Yuan e te ne mostra uno dei lati. La tradizione attribuisce la scultura di queste gole a Yu, il mitologico sovrano regolatore delle acque. Questa terra ha dato i natali a Qu Yuan, il più grande poeta della Cina antica; è qui, nella cittadella dell’imperatore bianco, che Liu Bei ha affidato l’amministrazione del suo regno a Zhuge Liang, come si narra nel romanzo dei Tre Regni. La sua bellezza è stata decantata da musici e poeti durante tutta la storia cinese, da Li Bai, poeta di epoca Tang a Mao Zedong.

Tuttavia, ad un certo punto della storia contemporanea, si è deciso di costruire proprio qui la più grande opera idrica della storia dell’uomo, la diga delle Tre Gole: un muro lungo 2,3 km, che taglia di netto il corso del fiume, innalzando di decine di metri il livello delle acque e creando alle spalle della diga un enorme lago artificiale. Tutto questo in nome dello sviluppo scientifico, dell’incremento nella produzione energetica e del miglioramento nel controllo delle acque. La realizzazione della diga ha avuto in realtà devastanti effetti sia in ambito ecologico che sociale , la cifra degli sfollati costretti ad abbandonare le proprie città è superiore al milione e centinaia sono i siti storici ormai sotto il livello delle acque. In Cina se n’è parlato tanto, qui da noi c’è voluto il film di Jia Zhangke, Still Life, leone d’oro nel 2006, per far conoscere al grande pubblico questa realtà.

Questo il background che mi ha portato, nel lontano marzo 2011, a partire senza progettare nulla, volevo semplicemente vedere. Da Tianjin, città nel nord-est del Paese in cui vivevo, ho preso un treno per Wuhan, da lì ho acquistato un altro biglietto alla volta di Yichang, città di imbarco più vicina. Sono approdata a Yichang completamente stremata: delle oltre 30 ore di viaggio ricordo con chiarezza solo l’ultimo tratto in treno, era la prima volta che vedevo un pezzetto di campagna: piccoli campi, stradine ondulate, rivoli, forse canaletti artificiali, talvolta siepi o alberi da frutto, piccole figure tra i campi, cappelli triangolari, schiene ricurve, qualcuno trasportava sulle spalle aste con secchi colmi alle estremità. Il finestrino filtrava le immagini e la velocità ne sfumava i contorni, eppure la sensazione è stata bellissima. Yichang di contro mi è sembrata il luogo più brutto mai visto prima: tipica città cinese in via di sviluppo, ai lati delle strade scorrono grigi condomini con i loro malconci condizionatori d’aria, al piano terra attività commerciali e gustoso cibo di strada, i KFC e i Karaoke si concentrano tutti all’incrocio di due viali che fanno da centro cittadino. Nient’altro. Migliaia di paia di occhi spalancati e bocche aperte che ti fissano insistenti, penso di essere stata per molti un miraggio quel giorno.

Yichang

Yichang

Ho scoperto, solo il giorno dopo al porto, che l’attraversamento delle Tre Gole non sarebbe stato semplice come credevo, né tantomeno breve: l’unico modo per attraversarle tutte è imbarcarsi su navi da crociera per 5-7 giorni, la tratta è Yichang-Fengjie, tuttavia si preferisce partire da Fengjie e scendere verso Yichang seguendo lo scorrere delle acque. Ho dovuto mio malgrado scegliere tra le gole e ho optato per la più vicina a Yichang, la Gola di Xiling 西陵峡, con una tappa alla famosa diga che la separa dalle altre due, più corte ma più magnificenti: la gola di Qutang 瞿塘峡 con i suoi picchi montuosi e la gola di Wushan 巫山峡e i suoi verdi dirupi, entrambe alle spalle di quella diga così alta che sarebbe stata necessaria mezza giornata solo per attraversarla.

Gola di Xiling

Gola di Xiling

Il battello imbocca comodamente l’ampia gola di Xiling: ai lati verdi montagne le cui vette scompaiono tra banchi di nuvole basse e fumose, al centro l’acqua scorre via placida, affollata da chiatte che trasportano carbone ed imbarcazioni per turisti. Ebbene si: tutta la zona è ormai un’area turistica, accessibile solo attraverso mezzi messi a disposizione dalle agenzie locali, che seguono percorsi obbligati. Dopo tre ore di navigazione siamo approdati a Sandouping, un paese di sfollati, trasferiti in un punto più alto del versante montuoso rispetto alla sua originaria collocazione. La cittadina è piccola, le case sono bianche e i tetti neri e spioventi ricordano in parte l’architettura di Suzhou. Persino il tempio è stato ricostruito, con l’accortezza di mantenere intatte le fradice colonne lignee del tempio originale, allagatosi svariate volte prima di essere portato 60m più in alto. Da qui c’è un servizio di bus che conduce fino alla fantomatica diga delle Tre Gole. A vederlo di profilo, il precipizio che separa il livello delle acque ai due lati del muro è impressionante, frontalmente invece fa rabbrividire l’immensa massa d’acqua che si nasconde dietro quel fragile muro. Ai lati numerosi slogan e cartelloni pubblicitari presentano la diga come “la grande diga verde” o “la diga che protegge l’ambiente” e la collocano nel mezzo di una natura incontaminata, come se ne fosse una propaggine naturale perfettamente integrata in essa. In alto torreggiano enormi tralicci che trasportano l’energia elettrica di mezza Cina.

 

Gola di Xiling

Gola di Xiling

Il secondo giorno di navigazione, sulla via di ritorno per Yichang, ci fermiamo presso un vecchio villaggio di pescatori, o meglio una totale ricostruzione: tra le baracche in legno e le travi delle palafitte si intravedono di tanto in tanto uomini e donne il cui abbigliamento, completamente anacronistico, lascia pensare che siano dei figuranti. Incontro un gruppo di ragazzi cinesi che sono arrivati fin lì in moto da Wuhan, insieme a loro mi inerpico lungo il versante del monte e scopriamo una natura incontaminata e paesaggi mozzafiato. Mi dicono che è possibile attraversare le gole anche in moto o auto, lungo una stradale che zigzaga attraverso esse.

Il posto è incantevole, fuori dal mondo, lontano da qualunque cosa io avessi mai visto prima, eppure mi rimane l’amaro in bocca per la difficoltà e la lentezza negli spostamenti, ma soprattutto per la sensazione che forse questo posto andava visitato qualche decennio fa, prima che la mano dell’uomo ne cambiasse per sempre la sua connotazione geografica.

Mentre l’imbarcazione scivola lungo le acque mi avvicino ad un gruppo di persone raccolte attorno ad un vecchio originario del luogo, che raccontava della sua giovinezza, di quando era solito salire in barca di notte per pescare nelle acque solitarie dello Yangtze, tra le alte montagne che lo circondavano. Ora le montagne, dice, non sono più così alte, l’acqua si è alzata e ha portato le barche a toccare le nuvole.

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